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I pericoli del fenomeno ADHD/DDAI
di Roberto Cestari
ADHD significa Attention Deficit Hyperactivity Disorder;
in italiano “Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività (DDAI)”.
Nella nostra cultura tradizionale, di un bambino vivace si diceva: “Ha l’argento vivo addosso” e i familiari gioivano; era un sinonimo di salute. Ma oggi alcuni affermano che questi comportamenti sarebbero, di fatto, una specifica malattia o disturbo.
Il dibattito è acceso, ormai non solo in ambito scientifico. È tuttavia alla scienza che dobbiamo fare riferimento, specie a quei principi basilari sanciti e descritti per la prima volta da Galileo: sono esclusi soggettività e opinioni personali e l’onere della prova è a carico di coloro che pongono un nuovo o differente postulato. Ed ecco il nuovo postulato: iperattività / disattenzione = malattia.
A partire da Rudolf Virchow, il concetto di malattia viene legato al concetto di lesione/alterazione organica. È pertanto logico e doveroso il tentativo di accreditare ogni nuova malattia o disturbo, tramite la rilevazione della specifica lesione/alterazione organica. Ma in assenza di lesioni anatomo patologiche specifiche, di segni patologici e di prove organiche, come in psichiatria, la definizione di normalità / patologia è chiaramente influenzata da giudizi soggettivi, analisi del contesto sociale e culturale, delle relazioni e di altri fattori.
Lo strumento essenziale per fare “diagnosi” di ADHD, è un test.
Osservando il bambino si risponde alle domande, mettendo una crocetta sul SI o sul NO.
A titolo esemplificativo, affinché ogni lettore possa farsi un’opinione personale, ecco alcune delle domande (tratte dal DSM): -
- “muove spesso le mani o i piedi o si agita sulla sedia?”
- “è distratto facilmente da stimoli esterni?”
- “ha difficoltà a giocare quietamente?”
- “spesso chiacchiera troppo?”
Per l’ADHD (e non solo…) siamo in assenza di prove biologiche / organiche dirette: se esistessero l’ADHD diverrebbe una malattia neurologica; inoltre avremmo test biologici o fisici per confermare la diagnosi. Circa l’organicità, siamo quindi nel campo delle opinioni e a nulla serve citare “il gran numero di pubblicazioni scientifiche” o “il parere di noti esperti”.
Per chi avesse ancora dubbi, ecco la prova del nove:
se hanno test organici che mostrano alterazioni sensibili e specifiche… che individuano la lesione / alterazione organica, li usino per fare diagnosi, per distinguere i sani dai malati!
La tesi che l’ADHD sia una malattia organica, fonda su un ragionamento deduttivo: “poiché il farmaco blocca i sintomi… e poiché il farmaco agisce su alcuni neurotrasmettitori, ciò significa che vi è uno squilibrio in quei neurotrasmettitori!”. Ne esistono molte versioni, varianti sfumate dello stesso concetto. Questa (cito, testuali parole) è utilizzata da alcuni neuropsichiatri infantili italiani: “La malattia (ADHD) è genetica, è una disfunzione biochimica, il farmaco ce lo dimostra poiché modifica il meccanismo dei neurotrasmettitori, e dunque ferma il sintomo”.
Seguendo tali principi, potremmo “creare” il “disturbo da carenza di randellate” (una dose sufficiente ottiene l’effetto…), o decretare che con un cerotto si curano molte malattie, specie quelle ove il paziente si lamenta: basta applicarlo sulla bocca! Ciò, inoltre, ci confermerebbe che il problema, per tutti quei soggetti (indipendentemente da cosa gli fosse capitato: traumi, molestie subite, scottature solari…) sta nella bocca!
Non nego che esistano bambini con problemi di varia natura e genere.
Non nego vi siano anche bambini che manifestano esasperata attività, disattenzione e difficoltà di apprendimento.
Ma racchiuderli solo ed in un’unica categoria patologica e dire che la causa di queste manifestazioni è una specifica malattia, è semplicemente un pasticcio scientifico. Le cause possono essere moltissime, di natura differente tra loro e in alcuni casi può persino trattarsi di bambini superdotati e non di uno svantaggio. L’identificazione “comportamento alterato o sintomatologia = malattia”, non può che condurci fuori strada, verso una pericolosissima deriva della scienza. Il medico, di fronte ad un paziente che lamenta stanchezza e prostrazione, non fa diagnosi di “stanchitudine”, ritenendo così di aver risolto il problema.
Egli cerca di capire perché il paziente si sente stanco. La stanchezza è un sintomo, non una malattia… Potrebbe trattarsi di un problema cardiaco o polmonare; non avere dormito a sufficienza o aver mangiato male; aver avuto un grosso fallimento nella vita, e ci sono mille altre cause possibili.
Molte voci si alzano oggi per contestare l’utilizzo di psicofarmaci sui bambini, dimenticando che una prescrizione avviene dopo una diagnosi: l’errore di base non è il farmaco, bensì la creazione di categorie diagnostiche artificiose, che accorpano problemi di natura differente. Infine in merito alle proposte di fare screening psicopatologici di massa su bambini e adolescenti: uno stato democratico e liberale dovrebbe essere “al servizio del cittadino” e attivare i propri servizi su richiesta dello stesso, non provvedere ad una “catalogazione” dei cittadini.
Perché non rendere obbligatorie certe analisi del sangue e individuare tutti i portatori di alcune malattie?
Per rispondere a questa domanda dobbiamo prima porcene un’altra: è lo stato il padre padrone dei cittadini o sono i cittadini che possiedono lo stato?
Il rischio è di perdere di vista due delle basi fondamentali della nostra società, che ci hanno permesso di acquisire molti vantaggi di cui oggi godiamo: la scienza e la democrazia. È per questi motivi che è nata in Italia la campagna culturale “PERCHÉ NON ACCADA” , la cui prima iniziativa, è stata la stampa di 1 milione di copie di un opuscolo informativo su questi temi, che si avvale delle vignette e illustrazioni di Bruno Bozzetto, Silver, Bonfatti, Cavandoli e altri grandi professionisti, già inviato a tutti gli insegnanti, i politici e i media italiani.
Dr. Elia Roberto Cestari
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